Il senso del cinema per gli animali veri – da Repubblica sera

 Il maggior pregio di Vita di Pi, il film di Ang Lee in 3D uscito in Italia nei mesi scorsi, è probabilmente nelle immagini naturalistiche. Specie esotiche meravigliose, popolazioni oceaniche, vegetazione animata: salvo alcuni movimenti della tigre, ricavati da soggetti in carne e ossa, e certe immagini di zoo, sembra sia tutto realizzato al computer, varcando così una nuova frontiera. Girare senza imporre forzature e stress a cavalli, tigri, orsi, foche, cani, gatti, muli, cammelli, anatre, delfini, fuori dal set ospiti nei serragli degli addestratori, ora si può, e anche magnificamente.
  In epoche recenti, sui set civili, sono aumentati i riguardi verso gli animali grazie a leggi moderne e alla vigilanza delle associazioni animaliste. Sono ormai archiviati, per esempio, gli antichi massacri di cavalli, inevitabili nei furiosi scontri di western e film di guerra. Oggi in teoria al cinema s’impone di rispettare anche un lombrico. Nella pratica però s’incontrano ancora esempi di maltrattamento, malagrazia, cattivo gusto, uniti al fatto che non sempre gli animalisti accedono ai set. Si apprese solo a cose fatte, per esempio, che durante le riprese di Baaria il regista Tornatore filmò la reale uccisione di un bue (forse più d’uno) in un mattatoio tunisino, perché voleva rendere più vivida la scena.
  Ci sono quindi specie più abituate di altre a collaborare con l’uomo, casi in cui si richiedono prestazioni più semplici. Non è tuttavia corretto fondare l’idea di benessere in base alle immagini che scorrono infine sullo schermo, perché da qualche parte l’animale attore ha pur dovuto apprendere quell’esercizio, quella reazione: non necessariamente con modi cortesi. A riguardare i vecchi film di Lassie, quei collie ansimanti mettono malinconia, e dei metodi per istruire i delfini protagonisti della serie Flipper ci racconta Rick O’Barry, che da addestratore si convertì, dedicando una seconda vita a liberare i cetacei dagli acquari. Per le scalmanate cariche di cavalleria del più recente War Horse, che sovrappone la tragedia della guerra al legame fra un ragazzo e il suo destriero, sono stati impiegati più di cento equini: “Adoro i cavalli, ho usato tutte le precauzioni perché non corressero rischi,” dichiarò Spielberg dopo averlo diretto “ma ho voluto usare animali veri per la loro grande espressività”. In fondo, si potrebbe considerare, cavalli e muli hanno militato negli eserciti, i cani sono domestici, molti esotici sono già prigionieri nei circhi e negli zoo. Ma chi dovrebbe oggi aiutarci in materia di rispetto e progresso, se non il cinema, il teatro, la cultura e l’arte?

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