Metafore e luoghi comuni, ditelo con gli animali – da Repubblica sera

 Astuta come una volpe, lento come una lumaca, avere la memoria da elefante o, a una certa età, le zampe di gallina, essere agili come gazzelle: di animali, anzi, degli altri animali, parliamo tutto il tempo. Che ci piaccia o no sono il nostro specchio, la nostra più immediata unità di misura. Gli animali sono presenti nel nostro linguaggio quotidiano, nelle metafore banali, nei proverbi, nei luoghi comuni, nelle raffigurazioni sublimi e in quelle disgustose. Senza di loro l’umanità annasperebbe in una sgomenta solitudine. Sei un verme, viscido come un serpente, occhi da gatta, ho mangiato come un maiale, a scuola è un somaro, forte come un toro, un carattere da orso, chiuso a riccio… E quanti loghi, stemmi si adornano di lupi, aquile (non solo disegnate purtroppo: la povera Olimpia che la Lazio calcio lancia in volo sopra lo stadio tenta periodiche fughe, l’ultima quest’estate durante il ritiro della squadra in Cadore), cavallini e leoni rampanti, biscioni. Per tacere della pubblicità, che invita all’acquisto per mezzo di magnifici cavalli al galoppo sulla spiaggia, cuccioli all’inseguimento della cartigienica, felini che balzano felpati sui divani. Persino per reclamizzare il proprio sfruttamento gli animali sono chiamati in causa: bovini muggiscono lieti a commento di scatole che sono nei fatti una bara gastronomica, senza tema che alcuno sollevi obiezioni di gusto.

 Can che abbaia non morde, menare il can per l’aia, febbre da cavallo, fare la civetta, starnazzare come una gallina. A quanto pare gli animali li abbiamo sempre in testa, ma per loro è una brutta gatta da pelare: infatti, noi siamo l’esemplare peggiore. Quei parenti serpenti, terribilmente ingrati. E loro, il capro espiatorio, cui facciamo vedere i sorci verdi. Le nostre promesse non incantano più nessuno, perché il lupo perde il pelo, ma non il vizio. Ma un giorno le cose cambieranno, la nostra stoltezza sarà inevitabilmente punita, infatti tanto va la gatta al lardo che ci lascia lo zampino,  e rimarremo con un pugno di mosche.

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